lunedì 24 maggio 2010

Mèmoire.


Sono sempre belli quei momenti di niente passati da soli io e te.

E' svanita l'emozione, è svanito l'incanto, ma hanno ancora questo potere particolare. Io ti conosco e tu mi conosci in un modo diverso dagli altri, in un modo intimo che solo quando siamo vicini a parlare, occhi negli occhi, o fianco a fianco, appoggiati al davanzale di una notte quasi estiva, può emergere con quella spontanea naturalezza  -antica complicità- di due persone che hanno condiviso un pezzetto di strada e che, per un attimo, si ritrovano ancora. Sono svanite le farfalle nello stomaco, o la stupida euforia, e le risate argentine e smaliziate hanno lasciato il posto a sorrisi semplici e leggeri. Semplici come questi momenti, leggeri come l'equilibrio intangibile che ci circonda. Si è persa la magia, il tempo è sfiorito, ma hanno ancora questo curioso potere: sono sempre belli.

Mèmoire.


Sono sempre belli quei momenti di niente passati da soli io e te.

E' svanita l'emozione, è svanito l'incanto, ma hanno ancora questo potere particolare. Io ti conosco e tu mi conosci in un modo diverso dagli altri, in un modo intimo che solo quando siamo vicini a parlare, occhi negli occhi, o fianco a fianco, appoggiati al davanzale di una notte quasi estiva, può emergere con quella spontanea naturalezza  -antica complicità- di due persone che hanno condiviso un pezzetto di strada e che, per un attimo, si ritrovano ancora. Sono svanite le farfalle nello stomaco, o la stupida euforia, e le risate argentine e smaliziate hanno lasciato il posto a sorrisi semplici e leggeri. Semplici come questi momenti, leggeri come l'equilibrio intangibile che ci circonda. Si è persa la magia, il tempo è sfiorito, ma hanno ancora questo curioso potere: sono sempre belli.

mercoledì 19 maggio 2010

Figlia di un maggio acerbo

E' tardi. Le stanchezze del giorno che muore, le lascio scivolare tutte sul mio corpo, piano. Sulle labbra morbide, sulla pelle liscia delle braccia, sulle ginocchia ruvide. Piano. Posso sentire il silenzio, posso capire il silenzio. Lascio fluire i miei pensieri liberi e privi di freni, lascio che svuotino la mente, mentre la testa torna leggera e la pelle d'oca mi avverte che il lenzuolo è troppo leggero per la stagione, o forse è la stagione che è troppo fredda per il mio lenzuolo. Chissà. Le braccia cingono le gambe mentre lascio che lo sguardo vacuo si oscuri per amplificare la piacevole sensazione dei brividi sulla mia pelle. Il pigiama estivo, il profumo di giugno e la finestra spalancata su un maggio ancora acerbo. Come me, e come questi diciotto anni di una vita che credo di aver compreso a perfezione, e invece ancora, nelle sere come questa, m'accorgo: mi sfugge. Mi osservo le braccia, mi tocco le guance, il neo sulla spalla sinistra e la piccola voglia rossa sulla mano, e il pensiero che loro ci saranno ancora è un buffo incoraggiamento a lasciar andare via la claudia che non mi appartiene più. Mi crogiolo pigramente nell'osservare la morte di una figura che è l'ombra di una me passata, estranea ma meravigliosa cenere. Faccio sì che ogni singolo pensiero non si disperda lontano, ma resti per un poco accanto a me, mi circondi e mi culli un po' in questa sera strana. Domattina se ne saranno andati, e sarà una mattina come tutte le altre. Ma domattina se ne sarà andata anche la me che li ha accarezzati delicatamente durante la notte. Una me che cambia, una me che lascia spazio alla nuova, e che saluta una me ancora da venire. Quando verrà? La sento nell'aria, e sento un'estate che è ancora lontana. Forse sboccerà in ritardo come questa primavera. Una rinascita. Una nascita. Sono la figlia di un maggio acerbo.

martedì 18 maggio 2010

Figlia di un maggio acerbo

E' tardi. Le stanchezze del giorno che muore, le lascio scivolare tutte sul mio corpo, piano. Sulle labbra morbide, sulla pelle liscia delle braccia, sulle ginocchia ruvide. Piano. Posso sentire il silenzio, posso capire il silenzio. Lascio fluire i miei pensieri liberi e privi di freni, lascio che svuotino la mente, mentre la testa torna leggera e la pelle d'oca mi avverte che il lenzuolo è troppo leggero per la stagione, o forse è la stagione che è troppo fredda per il mio lenzuolo. Chissà. Le braccia cingono le gambe mentre lascio che lo sguardo vacuo si oscuri per amplificare la piacevole sensazione dei brividi sulla mia pelle. Il pigiama estivo, il profumo di giugno e la finestra spalancata su un maggio ancora acerbo. Come me, e come questi diciotto anni di una vita che credo di aver compreso a perfezione, e invece ancora, nelle sere come questa, m'accorgo: mi sfugge. Mi osservo le braccia, mi tocco le guance, il neo sulla spalla sinistra e la piccola voglia rossa sulla mano, e il pensiero che loro ci saranno ancora è un buffo incoraggiamento a lasciar andare via la claudia che non mi appartiene più. Mi crogiolo pigramente nell'osservare la morte di una figura che è l'ombra di una me passata, estranea ma meravigliosa cenere. Faccio sì che ogni singolo pensiero non si disperda lontano, ma resti per un poco accanto a me, mi circondi e mi culli un po' in questa sera strana. Domattina se ne saranno andati, e sarà una mattina come tutte le altre. Ma domattina se ne sarà andata anche la me che li ha accarezzati delicatamente durante la notte. Una me che cambia, una me che lascia spazio alla nuova, e che saluta una me ancora da venire. Quando verrà? La sento nell'aria, e sento un'estate che è ancora lontana. Forse sboccerà in ritardo come questa primavera. Una rinascita. Una nascita. Sono la figlia di un maggio acerbo.

mercoledì 24 marzo 2010

La coscienza di Zeno.


Orbene. (che a inizio frase e con un punto dopo non vuol dire assolutamente nulla, ma mi piace così). E' stato un fatto piuttosto strano. Diversi mesi fa ho sognato di fumare una sigaretta. Anzi mi correggo, di fare un tiro soltanto, lungo, lento. Credo fossi da sola, o comunque l'attenzione era incentrata su di me e su questa sigaretta; il posto non era importante, infatti se c'era non me ne ricordo.  E poi mi sono svegliata. Mi ha dato un po' da pensare (sì, io do grande importanza ai sogni in genere, sono in questo molto freudiana), anche in luce del fatto che io non fumo, ma ho finito per attribuirlo allo stress del periodo, nel quale venivamo spremuti a scuola per la pagella e io mi ero lasciata col ragazzo dopo una fase piuttosto nera. Passano un paio di mesi, passa il periodo stressante, passa un po' tutto -per la serie panta rei-. Il sogno si ripresenta: sempre uguale, sempre io e questa sigaretta (o almeno credo, non sembrava una canna) e questo tiro rilassante. Grande importanza alla respirazione. Inspiro. Trattengo. Espiro. Mi sveglio. Il giorno dopo a scuola ne parlo con la Collega e conveniamo che potrebbe essere un desiderio represso in quanto mai soddisfatto che il mio subconscio ha avvertito. Non sia mai che il mio subconscio abbia desideri repressi, penso. E lei mi prepara il drum e mi faccio questo tiro, non poi così soddisfacente come nel sogno, devo dire. Più nulla. Qualche giorno fa, ecco che il Sogno (con la maiuscola in quanto ormai è Mio e Assiduo Frequentatore, tanto più che non ho mai fatto prima d'ora sogni ricorrenti) si ripresenta imperterrito. Inspiro, trattengo, espiro, mi sveglio. Non sono più riuscita a riaddormentarmi, il sonno si è arreso al riaffacciarsi di riflessioni metafilosofiche-barra-psicologiche (che, devo ammetterlo, mi piace tanto non solo fare ma anche il fatto in sé che le faccio). Oggi a scuola, ora buca, ne riparlo alla Collega. Che curioso, penso io. La coscienza di Zeno, pensa lei. Anche a me era venuta in mente. Quel libro lo lessi tre anni fa e nonostante credo che fossi troppo piccola per comprenderlo appieno mi ha lasciato un segno. Non saprei dire di che tipo. Forse la passione per l'analisi della psiche umana. Fattostà che ho deciso di arrendermi al volere del mio io sveglio quando io sono dormiente. Sara sorride, mette il filtro e il drum, gira la cartina e me la passa. Accendo, e stavolta me la fumo tutta, lentamente, a gambe incrociate sulla panchina di marmo del cortile, con un'amica filosofa, circondate da oleandri e margherite. Piano, dice. Più piano. Sorrido. Più piano. Aspiro. Trattengo. Espiro. Proprio come nel sogno. Con calma. Insieme col fumo grigiolino e scomposto che esce dalle mie labbra fugge un flusso di pensieri, liberi, leggeri, pensieri che proprio come quel fumo si disperdono nell'aria di questa nuova primavera. Pensieri. Il Sogno mi voleva forse dire di liberare da me i Pensieri? Non ne sono sicura. Eppure è un'associazione spontanea che fa la mia mente, un sillogismo spontaneo:

Fumo = Stress
Stress = Pensieri
Fumo = Pensieri

Li trattengo tutti, per un attimo, con me. Per un ultimo soffocante attimo. Prima di soffiarli via, lentamente, in una lunga catena che vola verso il cielo limpido di questa giornata.

La coscienza di Zeno.


Orbene. (che a inizio frase e con un punto dopo non vuol dire assolutamente nulla, ma mi piace così). E' stato un fatto piuttosto strano. Diversi mesi fa ho sognato di fumare una sigaretta. Anzi mi correggo, di fare un tiro soltanto, lungo, lento. Credo fossi da sola, o comunque l'attenzione era incentrata su di me e su questa sigaretta; il posto non era importante, infatti se c'era non me ne ricordo.  E poi mi sono svegliata. Mi ha dato un po' da pensare (sì, io do grande importanza ai sogni in genere, sono in questo molto freudiana), anche in luce del fatto che io non fumo, ma ho finito per attribuirlo allo stress del periodo, nel quale venivamo spremuti a scuola per la pagella e io mi ero lasciata col ragazzo dopo una fase piuttosto nera. Passano un paio di mesi, passa il periodo stressante, passa un po' tutto -per la serie panta rei-. Il sogno si ripresenta: sempre uguale, sempre io e questa sigaretta (o almeno credo, non sembrava una canna) e questo tiro rilassante. Grande importanza alla respirazione. Inspiro. Trattengo. Espiro. Mi sveglio. Il giorno dopo a scuola ne parlo con la Collega e conveniamo che potrebbe essere un desiderio represso in quanto mai soddisfatto che il mio subconscio ha avvertito. Non sia mai che il mio subconscio abbia desideri repressi, penso. E lei mi prepara il drum e mi faccio questo tiro, non poi così soddisfacente come nel sogno, devo dire. Più nulla. Qualche giorno fa, ecco che il Sogno (con la maiuscola in quanto ormai è Mio e Assiduo Frequentatore, tanto più che non ho mai fatto prima d'ora sogni ricorrenti) si ripresenta imperterrito. Inspiro, trattengo, espiro, mi sveglio. Non sono più riuscita a riaddormentarmi, il sonno si è arreso al riaffacciarsi di riflessioni metafilosofiche-barra-psicologiche (che, devo ammetterlo, mi piace tanto non solo fare ma anche il fatto in sé che le faccio). Oggi a scuola, ora buca, ne riparlo alla Collega. Che curioso, penso io. La coscienza di Zeno, pensa lei. Anche a me era venuta in mente. Quel libro lo lessi tre anni fa e nonostante credo che fossi troppo piccola per comprenderlo appieno mi ha lasciato un segno. Non saprei dire di che tipo. Forse la passione per l'analisi della psiche umana. Fattostà che ho deciso di arrendermi al volere del mio io sveglio quando io sono dormiente. Sara sorride, mette il filtro e il drum, gira la cartina e me la passa. Accendo, e stavolta me la fumo tutta, lentamente, a gambe incrociate sulla panchina di marmo del cortile, con un'amica filosofa, circondate da oleandri e margherite. Piano, dice. Più piano. Sorrido. Più piano. Aspiro. Trattengo. Espiro. Proprio come nel sogno. Con calma. Insieme col fumo grigiolino e scomposto che esce dalle mie labbra fugge un flusso di pensieri, liberi, leggeri, pensieri che proprio come quel fumo si disperdono nell'aria di questa nuova primavera. Pensieri. Il Sogno mi voleva forse dire di liberare da me i Pensieri? Non ne sono sicura. Eppure è un'associazione spontanea che fa la mia mente, un sillogismo spontaneo:

Fumo = Stress
Stress = Pensieri
Fumo = Pensieri

Li trattengo tutti, per un attimo, con me. Per un ultimo soffocante attimo. Prima di soffiarli via, lentamente, in una lunga catena che vola verso il cielo limpido di questa giornata.
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